Genitori sufficientemente buoni

 

Da quando è nato mio figlio, mi sono dovuta quotidianamente confrontare con la paura di non essere abbastanza per lui: abbastanza presente, abbastanza affettuosa, abbastanza capace, morbida, efficace, stimolante… La tentazione di ambire come madre alla perfezione, evidentemente piuttosto narcisista, mi ha rovinato qualche pennichella.
Fortunatamente il buon senso, l’aiuto di chi ha avuto pregresse esperienze e qualche conoscenza dovuta ai miei studi mi hanno fatta presto uscire dal tunnel della rincorsa di una illusoria perfezione, ricerca che per altro avrebbe avuto come risultanti solo quelle del senso di fallimento e della frustrazione.
Del resto, mi sono accorta presto che era tutto più complicato di quanto la mettessero giù nelle tonnellate di libri che mi ero divorata nei nove mesi di preparazione all’essere genitrice, che avevano placato le mie ansie ma che, di base, erano servite solo a quello.
Poi, fortunatamente, nelle mie peregrinazioni letterarie post-partum, mi sono imbattuta nuovamente in quel geniale psicoanalista inglese di nome Donald Winnicott, su cui avevo svolazzato in epoche adolescenziali con poco interesse, ma che nella mia nuova condizione di madre è diventato un faro illuminante. Quest’uomo ha avuto la geniale idea di liberare la figura materna dall’opprimente compito del dover essere perfetta e infallibile a tutti i costi, pena il provocare traumi irrevocabili ai propri figli. Già il fatto che amasse i Beatles me lo rendeva simpatico, ma il suo considerare preferibile a una madre che non sbaglia mai una donna spontanea, autentica, affettivamente presente con tutto il suo bagaglio di contraddizioni e imperfezioni, lo ha fatto diventare per me una fonte di ispirazione continua.
Winnicott ha coniato l’espressione di “madre sufficientemente buona” per descrivere quella madre che ha ansie, preoccupazioni, passioni anche forti (e metto dentro a questo bacino anche la tanto insultata, invece essenziale, rabbia), stanchezze e incertezze, ma nonostante queste (anzi, grazie anche a queste) è capace di essere affettivamente presente e di trasmettere al suo bambino amore e protezione. Gli errori che si commettono diventano preziosi: se non incateneranno ai maledetti sensi di colpa, allora potranno servire per costruire altre scelte, altre ipotesi, altre domande, e arricchire i rapporti familiari (gli stessi concetti espressi da Bettelheim nel suo “Un genitori quasi perfetto”).
Le intuizioni di Winnicott si spingono anche oltre: egli ammette come la madre sufficientemente buona abbia “molte buone ragioni per detestare suo figlio”, aggiungendo come però nonostante questo riesca a occuparsi adeguatamente delle sue richieste e dei suoi bisogni. In quanto genitori abbiamo quindi come compito non quello di ricercare un’ideale di perfezione, ma quello che è il massimo possibile per noi, l’accettarci con le nostre qualità e i nostri limiti, cercando di esserne sempre più consapevoli, imparando a migliorarsi ove possibile.
La genitorialità che riusciremo quindi a conquistarci sarà allora fatta sulla base della nostra esperienza personale, del nostro modo di essere, costruita su quei momenti positivi e pieni di grazia che ben conosciamo, rinforzata anche dai dubbi e dagli scivoloni che fanno parte di noi e del nostro percorso. Del resto, è proprio di questo genitore sufficientemente buono che il bambino ha bisogno per imparare a gestirsi autonomamente. Il compito materno (e quello paterno, aggiungerei senza dubbio) è anche e soprattutto quello di supportare l’afflato spontaneo e progressivo che ha il bambino verso l’autonomia e l’indipendenza. Per fare ciò, è necessario che noi tutti si impari anche a lasciare che il nostro bambino faccia esperienza della frustrazione, perché proprio le piccole frustrazioni quotidiane sono necessarie alla sua crescita, poiché lo spingono a cercare altro. Imparando che la madre o il padre non possono essere sempre disponibili per lui, scontrandosi con i bisogni e i desideri di altre persone diverse da lui, accettando di doversi relazionare con qualcosa d’altro rispetto a sé, il bambino diverrà gradualmente pronto ad affrontare l’esterno, verso il quale abbiamo il dovere, io credo, di insegnarli ad avere un’intelligente fiducia.
Il compito difficile cui siamo noi tutti chiamati in questo senso è quello di spronare con tranquillità i nostri figli ad uscire dal nostro abbraccio, fornendo però un porto sicuro, sufficientemente buono, dove poter tornare ogni qual volta lo desiderino e ne abbiano bisogno.
Ritengo che una delle più grandi sfide dell’essere genitori sia proprio quella di riuscire a regalare a nostro figlio gli strumenti per poter comprendere quale sia la sua strada, dandogli uno zaino capiente e funzionale per poterla percorrere, insegnandogli con l’esempio come sia possibile fare errori senza per questo perdere di integrità, e come sia appagante e piena di passione la vita di un genitore non perfetto, ma “solo” sufficientemente buono.

Dott.ssa Cecilia Pompei
Psicologa, psicoterapeuta

Bibliografia

D. Winnicott, Colloqui con i genitori, Cortina, 1993
D. Winnicott, Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo, Armando, 1974
B. Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli, 2002
P. Maraone, Ero una brava mamma prima di avere figli, Rizzoli, 2009
C. Santamaria, Quello che le mamme non dicono, Rizzoli, 2010